La terapia di bella ed il mio
scetticismo iniziale.
Come
ho saputo.
La mia esperienza
di terapeuta “non convenzionale” inizia quando la moglie di un mio paziente mi
chiede di praticare a suo marito, al quale avevo diagnosticato un cancro del
pancreas non operabile, "il
cosiddetto protocollo di bella". La signora parlava di queste cure con la certezza e la
fede da neofita di una “setta medica segreta” sotterranea ed anarchica e del
loro “scopritore”, il prof. Luigi di Bella appunto, come di un Messia
taumaturgico.
La signora era convinta che queste pratiche
mediche non tradizionali, pur avendo ottenuto risultati significativi su una
moltitudine di malati di cancro, venissero discriminate per oscure ragioni
politico-economiche.
Il
mio scetticismo iniziale.
Non fu facile per
me accettare quanto mi veniva proposto dalla signora, la mia preparazione e
pratica professionale mi portava a diffidare da quelle che venivano considerate
“terapie alternative” e che non erano il frutto della ricerca ufficiale bensì “scoperte” di un singolo, carenti di casistica e
verifiche mediche. Mi sembrava anche che fosse impossibile che qualcuno
potesse portare avanti per oltre
trent’anni delle teorie rivoluzionarie circa la possibilità di curare i
pazienti del “male” che è purtroppo la bestia nera degli ultimi due secoli di
storia medica proponendo pratiche
terapeutiche per nulla invasive e molto ben tollerate e che nulla di tutto ciò
mi fosse stato insegnato nel corso degli studi universitari e di
specializzazione. Fino ad allora, avevo
saputo ben poco di Luigi Di Bella e della sua terapia e non
ero per nulla convinto di fare il bene del paziente sottoponendolo a
trattamenti che non trovavano nessun riscontro nella bibliografia
universitaria.
L’importanza della
“scuola” come formazione all’insuccesso
sistematico.
Viceversa la mia
fiducia nei confronti della correttezza e delle possibilità della medicina
ufficiale era cieca e le poche armi che avevamo a disposizione per la cura del
cancro mi parevano le uniche spendibili.
Ero però conscio che queste armi,
ed in particolare la chemioterapia, nonostante fossero ritenute le più moderne
ed efficaci dessero risultati molto scarsi; la quasi totalità dei pazienti che
avevo seguito negli anni di frequentazione della Clinica Universitaria ne
avevano tratto solo benefici parziali e soprattutto non duraturi. Inoltre avevano spesso pagato i pochi giorni
in più strappati al male con un forte peggioramento nella “qualità della vita”
nel poco tempo rimasto prima della morte.
Primo: non nuocere.
Già allora ero
convinto che nei casi noti come poco sensibili alle cure convenzionali, non
debbano essere utilizzati o reiterati i tentativi terapeutici che presentano gravi
ed invalidanti effetti collaterali. Risulta più etico usare terapie
sostanzialmente prive di effetti collaterali anche se si otterranno semplici
effetti palliativi e non curativi.
Nel caso
specifico, noi medici sappiamo che praticare la chemioterapia ad un paziente
affetto da carcinoma del pancreas è, nella stragrande maggioranza dei casi,
inutile a causa della scarsa responsività di questo tipo di tumore ai
trattamenti convenzionali.
Alla luce di questo mio convincimento “etico” verificai quindi il “protocollo di
bella” e, non riscontrando controindicazioni di rilievo nei farmaci
consigliati, pur rimanendo molto scettico circa l’efficacia della cura,
acconsentii a prescriverla.
Medicina e “carboneria”.
Dato il mio
assenso scopersi che la signora mi aveva già iscritto ad un congresso che il Di
Bella avrebbe tenuto di lì a poco a Fanano in provincia di Modena. Non solo, da perfetta
organizzatrice aveva già programmato la
mia trasferta a Modena e mi aveva fissato e programmato una serie di contatti
con medici che già conoscevano e praticavano questa terapia affinché anch’io
potessi avere la necessaria “iniziazione”.
Non era certo la prima volta che mi recavo ad
un congresso medico, ero anzi abituato ai grandi congressi internazionali: sale
di hotel a cinque stelle, riunioni
allietate dalla presenza di bellissime hostess (forse la cosa che ti
colpiva maggiormente), relazioni scientifiche accompagnate da abbondanza di
tabelle con dati e statistiche esplicative del lavoro presentato, risultati
enfatizzati ed espressi da diapositive e grafica ad alto effetto visivo, un
contorno di colleghi eleganti compresi della loro professione e molto
“omologati” al contesto .
Arrivato a Fanano
cominciarono le delusioni: la sede del
congresso era, se ben ricordo, un cinema parrocchiale sul cui palco, unico
relatore, un vecchietto canuto e dall’aspetto non propriamente “vispo” parlava
a ruota libera con voce a volte un po’ chioccia e con improbabili inflessioni
dialettali. La concione non era confortata ne’ da uno straccio di lucido o
diapositiva che fosse, e soprattutto non forniva nessun elemento che
permettesse di paragonare i risultati ottenibili con la terapia oggetto della
riunione a quelli della medicina tradizionale.
Certo è che da quella relazione non ricavai nessun elemento scientifico
utile a convincermi della validità di
quell’approccio terapeutico. La cosa che al momento più mi parve “non
convenzionale” era la faccia tosta del
relatore che proponeva interventi curativi, a
suo dire di efficacia assoluta, argomentandoli con opinabili ed
elaborate considerazioni filosofico dogmatiche, non certamente con
dimostrazioni scientificamente rilevanti.
Quando si dice “non convenzionale”.
Il contorno dei
partecipanti colleghi o meno mi lasciò ancor più interdetto. In particolare la
maggioranza degli altri medici
congressisti appariva poco desiderosa di capire come e perché la terapia
funzionasse limitandosi a riferire di casi più o meno incredibili e miracolosi
di remissione e guarigione, a volte neppure vissuti in qualità di medico
curante ma solo per “sentito dire”.
L’impressione era più quella di partecipare ella celebrazione dei riti
di una strana”setta” che ad un convegno
fra studiosi.
Durante il pranzo
congressuale ebbi la miglior esperienza della giornata conoscendo un collega di
Cuneo, uno dei “contatti procurati dalla “signora”, che mi fece ottima
impressione ed a cui potei riferire i miei dubbi che peraltro mi parvero
pienamente condivisi. Ciononostante il collega mi riferì e descrisse alcuni suoi “casi” in cui aveva
potuto riscontrare (ma non spiegare) gli effetti benefici della terapia di bella.
Neanche a dirlo
tornai a casa piuttosto scettico sulla terapia di bella nonostante le parole
rassicuranti del collega di Cuneo. Comunque confortato e sorretto dalla “fede”
della mia cliente feci iniziare il ciclo
delle cure sulla base dei pochi dati ricavati da convegno e colloqui .
Una morte annunciata.
Come già riferito
il paziente era affetto da cancro del pancreas, purtroppo diagnosticato in fase
localmente avanzata. Il chirurgo non aveva potuto far di meglio che “aprire e
richiudere” senza poter intervenire in altro modo in quanto giudicò la
situazione come non operabile. Gli esami del sangue al momento dell’inizio
della terapia di bella dimostravano un “marker” tumorale (CA19.9) molto elevato
(poco meno di 1000 U/mL contro il valore massimo di 37 U/mL) . L'esame
istologico sulla biopsia, eseguita durante l'intervento, diceva trattarsi di un
adenocarcinoma. La prognosi, anche alla
luce di quanto visto dal chirurgo non superava i 4-6 mesi. I sintomi manifestati dal paziente erano
quelli caratteristici del male: lamentava dolori addominali ed al dorso,
debolezza, difficoltà intestinali, dimagrimento.
Eppur si muove!
Devo premettere
che la bibliografia non comprende questo tipo di tumore fra quelli sensibili
alla somatostatina, la componente più caratterizzante del complesso dei 4
farmaci previsti dal “protocollo” in argomento.
Iniziata la
terapia il paziente progressivamente presentava evidentissimi miglioramenti
clinici che si manifestavano con una netta riduzione della sintomatologia
precedentemente lamentata tanto che, con mia mal celata sorpresa, dopo poco
tempo dall'inizio del trattamento stava tanto meglio da poter tornare al suo
lavoro.
Analisi cliniche di un “miracolo”.
Ma le sorprese
non erano finite: i periodici esami del livello del marcatore sanguigno
specifico del tumore (marker) dopo il
primo mese di terapia segnarono una netta riduzione fino a rientrare nella
norma dopo il quarto mese di terapia.
Anche le numerose
risonanze magnetiche eseguite nel corso della terapia dimostravano una
stabilità della lesione tumorale e le dimensioni della massa stessa non
presentavano variazione alcuna. Il medico che eseguiva tali indagini, da me
interrogato a riguardo, non seppe dirmi se
il tumore fosse in fase attiva o la massa dovesse considerarsi
fisiologicamente ormai “morta”.
Il triste epilogo.
Le cose andarono
molto bene per oltre un anno: il paziente faceva una vita assolutamente
normale…… famiglia, lavoro, ferie ed………… i suoi progetti per l’avvenire…………….
Poi un giorno
improvvisamente si manifesta un ittero diffuso e comincia a star male: la
malattia è improvvisamente ripresa. Per eliminare la pressione della massa
tumorale sulle vie biliari il paziente viene sottoposto ad un nuovo intervento
chirurgico il cui andamento postoperatorio
risulta difficile, infine nonostante intervento e cure ad esso
successive dopo alcuni mesi il paziente muore.
Alcune certezze e molti dubbi.
Come quasi
tutte le storie di questo tipo anche questa ha un finale triste, al medico che ha vissuto questa esperienza
non resta che registrare la “stranezza” del caso e sottolinearne gli aspetti
positivi che ha potuto toccare con mano:
ha registrato una insperata stabilizzazione del male ed una prolungata
sopravvivenza del paziente oltre al periodo pronosticato (18 mesi contro i 6
mesi), una provata diminuzione dell’attività ed un arresto di sviluppo della
massa tumorale (rilevabile alla RMN), fenomeno confermato anche dalla riduzione
e normalizzazione del valore dei markers
sanguigni.
Ma soprattutto
il paziente ha potuto godere di un anno e mezzo di vita di buona qualità,
vissuto con i suoi cari.
Dott. Giorgio Castello
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